giovedì 18 dicembre 2014

"Il ragazzo che amava Shakespeare" di Bob Smith




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Bob Smith è nato a Stratford nel Connecticut, non a caso omonima della cittadina nella quale nacque William Shakespeare.
Il libro è un "memoir" che, attraverso i vari episodi e i sentimenti che pervadono l'autore nel corso della sua vita , esplora  i temi pricipali dell'opera shakespeariana: dolore, tradimento, suicidio, solitudine, delusione, rimorso.
Incastrando continuamente situazioni inerenti il presente a ricordi del passato (cosa che all'inizio genera nel lettore un po' di confusione ma poi, con il dipanarsi della storia, si riescono ad intuire le ragioni di questo particolare impianto strutturale), l'autore ci racconta, in particolare: lo strano rapporto con i genitori (padre, come in molta letteratura americana, privo di dialogo con il figlio; madre fragile, nevrotica e psicologicamente instabile, soprattutto nella sua incapacità di dedicarsi alla figlia); l'amore per Carolyn , la sorella ritardata dalla nascita (circostanza per la quale la madre non riesce a darsi ragione) e che lui accudisce e cerca di stimolare, fino a rappresentare per lei l'unico vero contatto con il mondo reale; e il suo viscerale amore per William Shakespeare, vera e propria via di fuga nella sua fase adolescenziale, e in realtà unica occupazione della sua vita, prima come servo di scena e attore minore (circostanza che lo porterà a conoscere, lui ancora ragazzo, fra i più grandi attori teatrali degli anni '50-60, in occasione delle stagioni dello Shakespeare Festival nella sua Stratford), poi come regista di spettacoli teatrali, infine come lettore a gruppi di anziani di brani e intere opere del drammaturgo inglese.
Quando i genitori decidono di internare in un istituto la figlia, Bob, che ha allora 21 anni, prende la decisione definitiva di andare via e ricostruirsi altrove, credendo di liberarsi dal vincolo (di amore, psicologico e morale) che lo teneva aggrappato a Carolyn e alla realtà in cui viveva. Cosa che però si rivela una illusione ("A ventun anni ero scappato da un'infanzia infelice e, troppo giovane per sapere come vanno le cose in realtà, mi ero illuso di poter sfuggire ai ricordi. Per quasi quarant'anni è stato come se avessi nascosto qualcosa in fondo al taschino di una giacca che ormai non mettevo più. Di tanto in tanto la indossavo e provavo a frugare nel taschino convinto, ma solo a metà, che quel che vi avevo ficcato dentro non fosse più lì, aspettandomi che con gli anni e l'abbandono si fosse sbriciolato o fosse semplicemente scomparso. Non è mai successo e non succederà mai, perchè non si tratta di una cosa, ma di una persona"), con il protagonista mai completamente libero dal passato.  Proprio per questo, dal giorno dell' "abbandono" evita accuratamente di andare a trovare la sorella, annichilito sì dal rimorso ma anche consapevole della ineluttabilità della decisione presa  (" ...Mentre sentivo il profumo di shampoo per bambini sui suoi lunghi capelli dorati, mai mi sarei aspettato che dieci anni dopo l'avrei abbandonata in quell'alto, ventoso campo di granturco vicino all'Istituto. Mai mi sarei immaginato che ogni giorno, per il resto della mia vita, sarei stato tormentato dal rimorso di non aver tenuto fede ad una promessa, al giuramento che avevo fatto accanto al suo lettino la prima volta che mi aveva sorriso in quella squallida, torrida stanza della Florida, quando eravamo piccoli: anche se tutti quanti fossero andati via e io nel frattempo fossi diventato grande, noi due mai mai mai ci saremmo separati").
Ci ritornerà dopo quarant'anni, quando, decidendo di scrivere questo libro su ciò che aveva significato Shakespeare per la sua giovane vita, sentirà, riesumando i suoi frammenti di infanzia e adolescenza,  che è arrivato il momento di esorcizzare il momento.

La condizione dei suoi genitori, grande macigno nella crescita del giovane Bob,  è ben identificata nel brano che segue:
"I litigi erano schermaglie di una guerra lunga una vita provocata dalla vergogna. I miei genitori non facevano troppe domande sul significato delle cose. Qualche strana, inarrestabile ricetta a base di fato, natura, Dio, peccato, castigo e semplice malasorte, così diceva mia madre, colpiva l'esistenza di tutti. La sfortuna non era altro che questo, sfortuna. Una vita difficile era qualcosa che <si affrontava alla meno peggio>. Era dura far parte di quella generazione che aveva i piedi sullo scivoloso declivio dei valori edoardiani e la mente bombardata da un mondo completamente nuovo...I miei genitori erano essenzialmente all'antica, e questa era una buona cosa. Ma era anche una cosa terribile."


Molto significativo, al riguardo, il momento in cui Bob scopre per la prima volta l'esistenza di Shakespeare, inizialmente incuriosito dalla copertina di un libro (Il mercante di Venezia) nella biblioteca della sua cittadina:
"Credo che più confusi si è dentro, più si ha bisogno di credere in qualcosa fuori. Avevo un disperato bisogno di credere in qualcosa fuori. Avevo un disperato bisogno di appoggiarmi a qualcosa che fosse più grande di me, ed era chiaro che William Shakespeare capiva com'era soffrire senza neppure sapere perche...... Naturalmente l'eccitazione che provavo nei confronti di Shakespeare non aveva niente a che vedere con la sua posizione di vertice della letteratura inglese, nè col fatto che fosse nato anche lui in una cittadina di nome Stratford....Ma la poesia divenne un bellissimo luogo in cui nascondermi dalla mia vita e dai miei genitori, un luogo in cui sapevo che loro non mi avrebbero mai seguito".
Come Bob aveva accudito la sorella nei suoi anni adolescenziali, così nei suoi anni maturi si consolida in lui la "missione" di prendersi cura degli anziani,  nel tentativo di alleviare la loro solitudine e vulnerabilità. E lo fa attraverso la sua ancora di salvezza e ragione di vita, Shakespeare,
"Fu proprio allora, nella casa dei miei nonni, mentre me ne stavo seduto da solo su quei vecchi alberi, che mi resi conto per la prima volta che mi sentivo bene, al sicuro con le vecchie cose, le vecchie idee, la gente vecchia 
                            Quel tempo dell'anno tu puoi vedere in me, quando gialle foglie, 
                            o nessuna, o poche, pendono dai rami tremanti contro il freddo, nudi cori in rovina
                            dove prima cantavano i dolci uccelli. In me vedi il crepuscolo di un giorno,
                            come dopo il tramonto impallidisce ad occidente, e che ben presto si porta
                            via la nera notte, secondo volto della morte che sigilla tutto nel riposo.
                            In me vedi il baluginare di un fuoco, che giace sulle ceneri della sua
                            giovinezza come sul letto di morte sul quale deve spirare, consumato da
                            ciò di cui si era nutrito.
                                   Questo tu percepisci, che fa il tuo amore più forte, 
                                   così da amare appieno chi devi lasciare presto
                                                                                                            Sonetto 73


Molto belli , commoventi e significativi alcuni ritratti degli anziani che seguono le sue letture su Shakespeare
"Joe faceva parte del primo gruppo di anziani con cui lavorai sulla Nona Strada. Era cresciuto, ottant'anni prima, in un appartamento in affitto, insieme a vari fratelli e sorelle più grandi. Adesso, alla fine del secolo, non era rimasto che lui. <Ho visto Maurice Evans nella parte di Riccardo II> disse. <Sarà stato cinquant'anni fa, se non di più. Riccardo se le è meritate le brutte cose che gli succedono?>.
Joe voleva che il mondo fosse migliore di come lui l'aveva conosciuto. Pur avendo fatto solo le scuole medie, passava la maggior parte del tempo a "riscrivere" i grandi pensatori. Aveva ricostruito Dante e Rousseau. Ogni settimana, quando gli davo la copia del dramma che facevamo, mi consegnava un bloc notes macchiato e malconcio oppure un logoro tascabile di venticinque anni prima. <Mi dica cosa ne pensa professore>.
Tutte le sue riscritture erano pressochè identiche: rimetteva puntigliosamente a fuoco i fatti in modo da eliminarne la sofferenza. Toglieva la parte dolorosa da Goldsmith o Voltaire, e quel che conservava era un mondo piatto, senza colpe, in cui tutti tornano a casa prima che diventi buio. Joe aveva il cuore tenero: quando in Shakespeare si arrivava all'inevitabile cattiveria, andava a nascondersi in bagno; quando si arrivava alla tristezza piangeva così sconsolatamente che chi gli era vicino si sentiva in dovere di mettergli un braccio attorno alle spalle.
<Ha qualcun altro Joe? A  parte sua nipote intendo dire>. Lui prima assunse un'aria da duro, poi scoppiò a piangere. < Non si arrabbi con me, professore! Sono solo spaventato. Devo continuare a venire alle sue lezioni su Shakespeare. Devo riuscire ad andare in giro, a pensare. Non voglio finire a fissare per tutto il giorno una parete in qualche ricovero per anziani fuori New York.>
Ormai l'ho sentito esprimere mille volte, il terrore di perdere quota. Sono così tanti gli anziani che non hanno nessuno che li faccia sentire al sicuro. Chi è solo resiste, cercando di non far sapere a nessuno quant'è solitaria e fragile la sua sicurezza"

                        Nelle tediosi notti d'inverno siedi accanto al fuoco
                        con dei bravi vecchietti, e fatti narrare gli eventi
                        di queste età turbolente, ormai tanto lontane;
                        e prima di dar loro la buonanotte, a ripagarli dei loro rimpianti
                        racconta loro la lamentevole mia vicenda
                        e manda gli ascoltatori a letto piangenti
                                                                                       Riccardo II, v, 1
"Le conosco Joe le prime sei parole di Riccardo II: <Vecchio Giovanni di Gaunt, venerabile Lancaster>
Venerabile?- Joe sembrava a disagio. <Mi ha forse reso venerabile, il tempo? Sono un vecchio spaventato, preoccupato, non mi sento poi così venerabile! Era un mondo migliore quello? Erano venerabili i vecchi? E poi è andato tutto a puttane?> Bella domanda, mi ci stavo abituando alle belle domande <No Joe, guardi Re Lear e veda come finisce Gaunt, e anche Gloucester>.
C'è una mitologia sulla vecchiaia dolce, indolore. La gente è così spaventata dalla vecchiaia che fa finta che non esista. Per questo vediamo i vecchi come se fossero "non giusti", come se avessero fatto qualcosa di sbagliato. Vorremmo che fossero invisibili. C'è tutto nella seconda scena di Riccardo II: Gaunt va a trovare la cognata rimasta vedova e Shakespeare non limita certo gli attacchi alla solitudine e all'isolamento geriatrico. Madre Teresa diceva che il mondo sta morendo di solitudine. Shakespeare è d'accordo

                                
                                            DUCHESSA
                                                   Ancora una parola
                                 La duchessa prende tempo. Non vuole che lui s ne vada. Sa che non lo
                                 rivedrà mai più. E' la fine della loro generazione e dei ricordi del bel tempo che
                                fu. Comincia a dire addio, ma non ce la fa
                                                   Ecco, questo è tutto....Ma no, non partire così!
                                                   Anche se questo è tutto, non andar così subito:
                              Promette di controllarsi e ritrovare la calma
                                                   mi verrà in mente dell'altro
                              E alla fine si arrende
                                                   Me ne andrò a morire lontano, affranta e sconvolta:
                                                   con il pianto negli occhi, ti saluto per l'ultima volta.
                                                                                                Riccardo II, I, 2

"L'ultima volta che vidi Joe fu la domenica in cui presi il pulmann dell'Orange Line per andare nella parte settentrionale dello Stato di New York. Lui mi aveva telefonato <Ho paura professore...me la faccio sotto. Le cose vanno così>.
Voleva finire Riccardo II ma continuava ad addormentarsi. Stava morendo. Ormai ci ho fatto l'abitudine, ma quella era la prima volta che mi capitava, e non sapevo bene cosa fare.
Il giovedì dopo c'era un messaggio per me. Il direttore del programma mi consegnò uno di quei foglietti rosa su cui si annotano le telefonate per chi al momento non c'è. Il messaggio era stato lasciato dalla nipote di Joe.
<Joe è morto, Voleva che lei sapesse quanto gli mancavano le sue lezioni su Shakespeare>".


E qui c'è uno dei versi più belli di Shakespeare
                                                                            La sua vita fu nobile, 
                                                                            e gli elementi erano così
                                                                            ben composti in lui che la Natura 
                                                                            potrebbe alzarsi
                                                                            e proclamare al mondo "Questo fu un uomo!"
                                                                                                              Giulio Cesare, v, 5

"Quando cominciai a lavorare allo Stein Center c'era una bella donna alla quale mancavano alcuni denti. Umiliata, si teneva la mano davanti alla bocca, come per scusarsi. Diceva che ero bello e mi chiedeva se vedevo ancora in lei qualche traccia di bellezza. Venti minuti prima della fine della lezione mi si avvicinò <Adesso devo proprio andare, vogliono vedermi per i denti>. Sembrava così fragile. Mi chinai e la baciai sulla guancia. La vecchia signora si diresse verso la porta, ma anzichè uscire tornò da me. <Lo rifaccia, una volta sola! Da tanto tempo nessuno mi da un bacio>. Mentre mi chinavo su di lei la sua voce era talmente fioca che poteva quasi essere scambiata per semplice respiro <Ho così paura...Non mi sarei mai aspettata di rimanere sola. La mia salute non è buona, ma quel che è peggio è la paura che provo..>
<Credo che tutti abbiano paura> dissi <Forse è proprio per questo che qui c'è tanta gente> Lei aveva un'aria così vulnerabile e per bene, così pateticamente isolata per il fatto di essere sopravvissuta a tutti coloro che le volevano bene. >Perchè quando ha paura non si alza e non mi viene vicino?> dissi. >senza parlare nè interrompere, stando solo al mio fianco finchè la paura non le passa un po'>. Per quasi tutto l'anno prima della sua morte, ogni venerdì veniva a mettersi per qualche minuto accanto a me, in silenzio. E io pensavo sempre al liceo di tanti anni prima, e al bisogno che avevo che qualche persona a posto trovasse a posto anche me, e mi lasciasse stare al suo fianco".


E molto bello il merito che un altro anziano riconosce a Bob
"Lui fa sembrare che non ci siano problemi ad avere torto, o a essere stupidi...o anche solo..vecchi"

Non può mancare, in una esistenza in certi frangenti così triste (Bob penserà ad un certo punto a togliersi la vita, ma senza convinzione; ma sarà invece profondamente colpito, e influenzato, dal gesto estremo che compirà un attore minore della compagnia), il richiamo che Shakespeare fa, per molti suoi personaggi, al suicidio; ma le parole usate dal grande drammatrurgo inglese appaiono sì drammatiche ma anche immensamente poetiche
                                  


                                 Ed è grande compiere quell'atto che pone termine a tutti gli altri atti,
                                 che mette in ceppi le evenienze e sbarra la porta ai cambiamenti;
                                 che fa dormire, e non fa più assaggiare il letame
                                                                                   Antonio e Cleopatra, v, 2

                                 Domani, e domani, e domani. Striscia così, col suo misero passo,
                                 di giorno in giorno, fino alla zeta del tempo scritto; e tutti i nostri
                                 ieri han rischiarato ad altri pazzi la strada della polverosa morte.
                                 Spegniti, spegniti breve candela! La vita non è che un'ombra vagante,
                                 un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco
                                 e poi non se ne sa più nulla. E' un racconto fatto da un idiota,
                                 pieno di grida e furia, che non significa niente.
                                                                                     Macbeth, v, 5